Jamila Hassoune






Dove i libri sono rari come la pioggia
» UNA CITTÀ n. 131 / luglio-agosto 2005

Jamila Hassoune, fondatrice del Club du Livre et de Lecture, e, con Fatema Mernissi, della Carovana Civica, ha condotto varie ricerche sui giovani e internet, e sui relativi cambiamenti del costume. Vive a Marrakech dove fa la libraia.
La mia famiglia è originaria di un paesino del Sud del Marocco, vicino al confine con l'Algeria. I miei genitori sono arrivati a Marrakech giusto due mesi prima che io nascessi. Arrivati qui non se ne sono più voluti andare. Marrakech, per quanto anche negli ultimi rapporti continui a risultare la città più povera, è un bel posto dove vivere.

A volte penso che questo mio desiderio di riscatto, per me e per la gente nata con meno possibilità, venga da lì. Nel paesino dei miei genitori i libri erano "rari come la pioggia". La mia poi è una famiglia conservatrice. Infatti da adolescente non uscivo, non andavo nei locali. Però nella casa della mia infanzia c'era qualcosa di buono: la biblioteca. Avevamo molti libri. E io passavo tutto il mio tempo a leggere. Così, pur non potendo muovermi, ho presto maturato uno spirito libero. Anche se non sono andata all'università ho acquisito un bagaglio culturale di tutto rispetto, ….

Nel 1975, mio padre, che faceva l'insegnante, è diventato libraio. Così quando sono diventata grande, data anche la disoccupazione, la difficoltà di trovare un lavoro, si è pensato che io avrei potuto dirigere un'altra libreria.

Nel 1994 ho cominciato con un mio negozio di libri nella zona dell'Università di Marrakech. Il primo anno è stato molto difficile vendere libri così ho cominciato a chiedermi perché gli studenti non venissero in libreria. E' stato parlando con alcuni giovani arrivati dalla campagna o dal deserto -la maggior parte degli studenti che vanno all'Università a Marrakesh vengono da lì- che ho capito che oltre al problema economico (non hanno soldi, ma davvero) scontano anche un gap culturale, nel senso che anche se hanno un diploma, non hanno una grande cultura. Del resto nei loro piccoli paesi non ci sono librerie e il sistema dell'istruzione è molto carente.

Di qui l'idea: come far arrivare i libri in queste campagne? Come aiutare questi giovani, come dare loro le stesse opportunità dei giovani di città?

I libri sono facili da portare in giro, basto io con la mia macchina. Così ho iniziato a organizzarmi e nel 1996 ho fatto tre viaggi in un mese. Ho iniziato con le scuole, superiori ed elementari. Ho fatto delle esposizioni e con l'occasione ho discusso con i giovani. Nel 1999 ho condotto un'inchiesta su 1000 giovani: che genere di libri vogliono leggere. Io penso che offrire l'opportunità di informarsi, di pensare, di discutere, confrontarsi abbia a che fare con la cittadinanza. Considero il lavoro che ho svolto durante questi anni un tentativo di democratizzare la conoscenza.

Due anni fa ho iniziato a interessarmi di internet. Ovviamente gli studenti, i giovani non hanno soldi per comprarsi il computer, ma ci sono i cyber-café, che si stanno rivelando un fenomeno straordinario. Ci sono cyber-café vicino alla libreria, vicino all'università e tutti questi giovani, ragazzi e ragazze, stanno in questi posti anche fino alle undici di sera, che è molto tardi, soprattutto per le ragazze. Le famiglie che non lasciano le figlie andare in un locale la sera, permettono però loro di fermarsi fino a tardi in un internet cafè. Ho così scoperto che questi luoghi sono anche un piccolo laboratorio di relazioni nuove e diverse, soprattutto tra ragazzi e ragazze. Se fuori prevalgono ancora varie forme di discriminazione, dovute alla sanzione sociale, ma soprattutto all'educazione che i maschi ricevono dalle loro madri, negli internet café ragazzi e ragazze si trattano alla pari, davanti a quello schermo sono uguali, si aiutano.

Sono dieci anni che mi adopero per sensibilizzare le persone ad aprire librerie, soprattutto nei paesini, per aprirli al mondo. Ora per fortuna c'è anche internet, ma i ragazzi della campagna, per trovare un cyber-cafè, devono venire a Marrakech.

Direi che il timone del mio lavoro è sempre stato questo: costruire un ponte tra piccoli paesi e città, e magari anche con il mondo esterno. Io ho cercato di aprire questa strada.

In Marocco nessuno si è mai veramente interessato della popolazione rurale, che continua a vivere in uno stato di isolamento, pur rappresentando il 45% della popolazione. Così abbiamo intere aree dove non ci sono librerie, cinema, teatri... Certo, spesso non hanno nemmeno l'acqua o l'elettricità. Ma per me è stato molto interessante scoprire come questa giovane popolazione oggi chieda soprattutto di essere educata.

Per me il libro, fin dalla mia infanzia, è stato proprio anche un simbolo. Da piccola mio zio, che era un ex-prigioniero politico, viveva con noi. Ebbene io in tutti questi anni ho mantenuto vivo il ricordo della volta in cui i poliziotti erano venuti a prenderlo e lui che ci diceva: "Bisogna nascondere i libri". Ecco, nella mia testa il fatto di nascondere i libri è diventato come imprigionare, incarcerare. I libri, poter leggere, invece per me rappresentano da sempre la libertà.

…. tenere aperta una libreria malgrado questa situazione è come mantenere una posizione in una battaglia. Nella mia testa, o c'è la guerra o c'è la cultura.

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Com'è nata la Carovana Civica? Nel 1997 ho organizzato un'esposizione di libri a Marrakech. In Marocco è molto difficile vendere libri, ma quando c'è una grande manifestazione, la gente viene anche da fuori e in genere è un'ottima opportunità anche sul piano economico. Io poi sono abbastanza brava a contrattare. Anche perché in tutti questi anni credo di aver acquisito una buona competenza, non solo perché conosco i libri, ma anche perché ho maturato una certa abilità a recensirli e a presentarli, con un libro ti so raccontare tante cose, un paese, un autore, una storia… Sono ormai una specialista in questo. So farlo molto bene. Ecco, in quell'occasione ho incontrato Fatema Mernissi che si è subito complimentata: "Non ho mai visto qualcuno così bravo a vendere libri!", io mi sono schermita dicendo che a una manifestazione di quel tipo era facile perché c'era tanta gente, ma lei ha insistito. Non solo, ha chiamato l'editore Fennec dicendo: "Se aveste una libraia così in tutto il Marocco, potreste vendere qualsiasi cosa". Dopodiché mi ha chiesto se poteva fare qualcosa per me e mi ha invitato a partecipare, a Rabat, a un meeting di donne. Si trattava di un workshop su come presentare noi stesse in 10 minuti. Lei aveva fatto questo workshop per noi. Ho ancora il mio attestato: ero risultata la più brava. A quel punto le ho proposto: "Vuoi ancora fare qualcosa per me? Bene, io sono venuta a Rabat; perché non vieni a Marrakesh?".

Ha accettato. Abbiamo parlato ed è stato allora che nelle sue parole l'idea ha iniziato a prendere forma: "Il tuo lavoro, quello che fai, è una carovana. È una carovana perché ti muovi, vai… tra l'altro in Marocco è il primo movimento che va dalla città alla campagna".

Per me è stato soprattutto un riconoscimento. Voglio dire, è da una vita che tutti ridono e mi prendono in giro perché secondo loro sto perdendo dei soldi. Ma io non solo credo che prima o poi guadagnerò anche come venditrice di libri, quest'impresa ora mi interessa soprattutto come una forma di militanza. Mi spiego: in Marocco non ci sono infrastrutture, ci sono anche ampie sacche di popolazione analfabeta, e io cosa faccio? Resto chiusa nella mia libreria? Impossibile.

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Lo scopo della Carovana è promuovere un forum di discussione tra le persone, che metta in comunicazione campagna e città, ma anche il Marocco con altri paesi. Ciascuno aderisce al progetto portandovi la propria competenza ed esperienza. Se sei un giornalista, hai la possibilità di scrivere; se sei un fotografo, puoi scattare fotografie. Per il resto c'è un'atmosfera di condivisione e convivialità. E' come una famiglia, infatti la nostra Carovana è tenuta assieme anche da un forte spirito di solidarietà. Per la riuscita di quest'impresa ci vuole anche empatia, sensibilità, e soprattutto il fatto di crederci.

Cosa faccio quando mi reco nei paesini? Beh, la prima cosa è un'esposizione di libri che dura qualche giorno. Come dicevo in questi posti spesso non c'è niente, quindi io metto a disposizione una specie di libreria ambulante. Attorno ai libri poi però succedono delle cose. Per esempio a volte mi si avvicinano delle ragazze che hanno semplicemente bisogno di confidarsi con qualcuno: "Abbiamo dei problemi…". Lì il libro è un alibi e io le ascolto, come un'amica, come una sorella. Questa è stata una scoperta molto interessante. Infatti presto ho capito che l'esposizione poteva diventare anche l'occasione di incontri significativi e che da lì potevano partire altre iniziative. Così, con gli anni, oltre ad esporre libri, abbiamo iniziato a organizzare dei workshop. L'anno scorso in un paesino ne abbiamo fatto uno sui diritti umani. Altre volte abbiamo fatto del teatro. Abbiamo organizzato qualcosa anche sulla riforma del Codice della Famiglia, la Moudawana. La trasferta può durare un giorno o anche una settimana. Ora poi è più facile perché c'è una rete, dei contatti, che hanno maturato una certa esperienza.

(…)

Io non faccio che parlare dei giovani, dell'educazione, è sai qual è il paradosso? Che in Marocco non ci sono pubblicazioni per loro. Ora iniziano con quelle per bambini, ma pubblicano in francese perché tra gli sponsor c'è l'Istituto di cultura francese e l'ambasciata. Per avere un libro per bambini in arabo, puoi trovare qualcosa di buona qualità in Tunisia, o anche in Libano, ma meno buoni… Noi allo stato attuale importiamo i libri dal Cairo, ma anche lì il livello è mediocre. Questo è un grande problema in Marocco. Certe volte io ci rimango malissimo, soprattutto alla fine di questi incontri nei paesini quando vorresti regalare qualcosa alle scuole dove sei stata e invece non hai niente da offrire…

E' un peccato che non ci sia niente per i giovani, tra l'altro così è anche più difficile coinvolgerli. Tra i miei sogni nel cassetto c'è da sempre quello di fare una casa editrice di libri per i giovani. Perché in Marocco non c'è. E non puoi semplicemente tradurre, perché i libri per bambini in particolare devono parlare di una realtà che loro sentano in qualche modo familiare, che possano riconoscere. Voglio dire, ci sono dei bellissimi libri in francese, bene, ma poi io non posso andare in un paesino dove mancano acqua e elettricità con un libro che comincia con "la mamma va al cinema…"!

 
© Jamila Hassoune, 2008